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  • Ludovica Bello

il percorso verso me stessa

Nel mondo del canto a volte è difficile essere sé stessi. Molto spesso mi sono ritrovata a far parte della mia vita come se fossi nel dramma Sei personaggi in cerca d’autore.

In effetti, Pirandello è lo scrittore a cui ho pensato più spesso e più a lungo negli anni dopo il liceo.

Certamente, a causa delle maschere che ho avuto modo di usare, con mio grande piacere, in numerosi palcoscenici ma anche -purtroppo- nella mia vita privata.

Sono cresciuta credendo di dover dimostrare qualcosa a qualcuno.

Chi fosse quel qualcuno o cosa fosse quel qualcosa, sinceramente, non mi è mai stato chiaro. Il più delle volte mi sono semplicemente detta che dovevo essere forte, dovevo essere potente e dovevo vincere.

Negli anni, ciò che inizialmente era un modo di spronarmi e incitare la mia resilienza si è lentamente e inesorabilmente trasformato in una catena di pregiudizi nei confronti di me stessa e nella comparsa di sempre più numerose maschere pirandelliane.

Devi essere la cantante d’opera con la puzza sotto il naso, ma la realtà è che tu come prima lingua hai il dialetto veneto e vieni da un paesino di 4500 anime. Nulla da togliere, né al dialetto, né a Battaglia, che amo con tutto il cuore. È solo che sento sì di essere un organismo complesso, come lo sono anche tutte le altre persone, ma con una scorza esterna che è più una specie di carta velina in cui si possono leggere tutte le mie intenzioni e i sentimenti che provo.

Come posso, allora, riuscire a comportarmi da cantante d’opera?

Eh sì, perché c’è una visione popolare di questo mestiere. Tutti pensano alle grandi Dive degli anni ’50, non di certo ai poveri artisti pagati un tanto al kg e dopo anni (!) che hanno cantato sui palchi dei più grandi teatri italiani. Artisti che, attualmente, fanno la fame, tra l'altro...penso spesso a loro.

Io ho vissuto sulla mia pelle, alla verde età di 20 anni, il mancato pagamento di due mesi di lavoro presso il Teatro di Treviso. Il coro, che era stato ingaggiato per l’opera, era amministrato da un tizio che, simpaticamente, ha usato i soldi del nostro cachet per comprarsi una villa a Teolo e diverse altre cosucce per la sua famiglia. Quando l’ho scoperto, ho deciso che era ora di lasciare gli ormeggi e veleggiare – seppur con l’aereo – verso la Germania.

Ritornando alle maschere, verso i 20 anni ho cominciato a usarne plurime. Ma era ancora il tempo della spensieratezza ed era per me un gioco mostrarmi così, sotto luci diverse. Rendermi più affascinante, rendere la mia personalità più ricca.

Ecco, si capisce da ciò che ho scritto, che all’epoca – e ciò è rimasto per molto tempo – pensavo che la mia personalità non fosse abbastanza. Un po’ come un dolce a cui aggiungi uno sproposito di zucchero, per “renderlo ancora più buono”. Il problema è che il troppo stroppia e, per quanto sia buono, lo zucchero in eccesso può far diventare disgustoso un dolce perfetto.

Negli anni ho aggiunto sempre più maschere, modificandole a seconda delle persone con cui parlavo. Un lavoro stancante e poco gratificante che, a lungo andare, distrugge ogni parte della tua fiducia in te stessa.

La cosa positiva è che ne sono uscita.

Voglio raccontare in questo blog il mio lungo percorso nella ricerca di me stessa. Spero di avere la costanza di scrivere quasi ogni giorno... vedremo ;)



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