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  • Ludovica Bello

Non ho paura della morte.

La prima morte che ho vissuto, più o meno coscientemente, da bimba di sei anni, è stata quella del mio adorato nonno Felice. Quando mia madre mi disse: “Il nonno è volato in Cielo”, me lo immaginai munito di alucce e aureola, come nei dipinti di Raffaello. La sua morte mi stupì molto, soprattutto perché non avevo davvero idea di che cosa significasse. Pensavo che sarebbe ritornato, prima o poi, e saremmo andati in bicicletta assieme sull’argine, così come avevamo fatto molte volte. La sua morte mi rattristò molto, perché il nonno era all’epoca il mio migliore amico tra gli adulti e una presenza costante e sicura, un po’come la sua macchina color carta da zucchero, che, pur essendo vecchia, continuava ad andare in moto senza fare tante storie.


Dopo di lui ho subito, come tutti, altri lutti inevitabili – perché la morte è sempre inevitabile, a prescindere dall’età della persona che se ne va – ma ho sempre cercato di relegare la morte tra le “cose che ti succedono quando sei vecchia”. Di certo, mia zia non era per nulla vecchia quando morì, ma io ero così giovane, che non mi resi nemmeno conto di quanto presto se ne fosse andata.


Lo shock più devastante per me è stato quando, a 21 anni, un mio ex compagno di scuola delle elementari morì. Così, senza malattie, improvvisamente, mentre era in palestra.

In quel momento, la morte non mi fece paura. Mi fece solo incazzare. E me la presi con Dio. Con la Chiesa, la religione.


Non posso dire di essermi “calmata” nei loro confronti e sono felice di potermi professare tutto tranne che religiosa. La morte di A. mi distrusse letteralmente e portò la morte così vicina alla mia vita che desiderai io stessa di farne parte. Continuavo a chiedermi perché lui sì e io no.

Più avanti nel tempo feci pace con questa situazione: quando non si può cambiare qualcosa è del tutto inutile cercare una soluzione sperando nello stravolgimento della situazione.

Devi cambiare tu.

In seguito alla morte di A. iniziai ad avvicinarmi al pensiero della morte, per capirla e accettarla.

Ho capito qualcosa di molto importante e illuminante: il mio shock e la mia rabbia erano paura. Non paura di morire ma paura di non aver vissuto. Il coraggio di vivere appieno, accettare la gioia, la speranza, il desiderio e contemporaneamente l’orrore, la rabbia e la tristezza fanno di te una persona che vive appieno. A prescindere dal tuo Credo.


La morte diventa, allora, solo una naturale e sicura compagna a cui ti puoi abbandonare in ogni momento. Anche se hai 21 anni. Forse, A. lo sapeva già ed è per questo motivo che è arrivata la sua ora così presto. Ha avuto bisogno di 21 anni per arrivarci. Alcuni necessitano di cento anni.

Quello che mi rende fiduciosa è, che prima o poi, ci arriverò anch’io. E sarò pronta e serena.




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