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  • Ludovica Bello

Prima tappa - resilere

Sono sempre stata una persona scettica. Nei confronti della medicina non tradizionale, dell’omeopatia, dell’esoterismo, della psicologia...

Nella mia infanzia ho sempre pensato che solo gli squilibrati veri avessero bisogno di uno psicologo o di uno psichiatra. Ero convinta che ogni persona normale fosse abbastanza forte da organizzare la propria vita e risolvere i propri problemi.

E ho continuato a essere di questa opinione, fino a quando non ho incontrato le prime difficoltà nella mia vita da adulta.

Quando ho capito di voler essere a tutti i costi autentica mentendo a me stessa, sono entrata in conflitto con la mia anima.

In quell’istante ho capito che non solo le persone seriamente disturbate abbisognano di un sostegno psichico.

Sono andata prima da una psicologa, poi da una psichiatra, perché mi sentivo persa, come se avessi smarrito la strada per ritrovare me stessa. Il lavoro che facevo non mi soddisfaceva più e diedi la colpa a colei che proprio colpe non aveva: la mia voce.

Volli a tutti i costi togliermi l’etichetta da mezzosoprano per appiccicarmene un’altra: quella del soprano. Se tu che leggi non conosci il mondo dell’opera, sappi che questo è un big deal!

Cambia tutto: i ruoli, il modo di atteggiarsi…ecco che, per togliermi di dosso tutte le maschere che mi ero auto-incollata negli anni, ne avevo solo aggiunta un’ennesima. Quella del soprano freelance!

Inutile dire che tutto ciò mi ha ulteriormente devastata. Il precario equilibrio su cui mi reggevo da un paio d’anni si spezzò e mi sembrò di cadere in un vuoto cosmico di proporzioni apocalittiche.

Quando sei in quel locus, ti senti sola anche se sei circondata dagli affetti più cari e sinceri. In questi momenti ti senti completamente persa, come se non avessi mai superato alcuna difficoltà in vita tua, come se fossi appena nata e già in balia di mostri selvaggi che provano piacere a tormentarti.


E qui arrivò il primo grande aiuto per uscirne!


La resilienza

Questa parola è di moda al giorno d’oggi ma io non l'avevo mai neppure sentita nominare.

Me ne parlò la mia psichiatra, descrivendomi come esempio di grande resilienza quello dei bimbi che provano e riprovano a camminare. Cadono e si rialzano in continuazione, senza mai stancarsi e con la meta fissa e sicura davanti ai loro occhi: prima o poi riusciranno a camminare!

È incredibile come un piccolo impulso dato però nel momento giusto ti aiuti a risollevarti, a correre verso il timone impazzito della tua nave e a darti una direzione nuova. Da quel momento, ogni volta che provavo questa sorta di disperazione senza speranza ricordavo l’immagine di un bimbo che si rialza, col pannolone più grande di lui, deciso a sforzarsi per giungere alla meta.


Fu allora che realizzai che non aveva alcuna importanza darsi un’etichetta piuttosto che un’altra. Capii che avevo bisogno di capire me stessa e, per una volta, di sbattermene dell’opinione degli altri.

In quel momento lo sentii come un bisogno di essere egoista. Ora la trovo più una necessità di capire sé stessi.

Prima tu ti capisci, prima gli altri ti capiranno. Non puoi pretendere che gli altri ti capiscano, se tu fai finta di essere qualcosa che non sei.



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